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CINEMA - Premessa. Gli incontri con gli alieni sono classificabili in quattro tipologie: il primo è l'avvistamento di un Ufo, il secondo è il reperimento di una prova, il terzo è il contatto diretto con le intelligenze non-umane ed il quarto è il rapimento.
Il quarto tipo, di Olatunde Osunsanmi, ci racconta proprio di quest’ultimo genere di contatto e per farlo ricorre ad una struttura narrativa che funziona e convince.
Il film ha inizio con un’interpellazione. Milla Jovovich ci dice che lei è un'attrice e nel film interpreta la dottoressa Abigail Tyler, in una ricostruzione drammatica di fatti avvenuti
nei primi giorni dell'ottobre del 2000 nella città di Nome in Alaska. Naturalmente, al fine di proteggere la privacy delle persone coinvolte, i nomi sono stati opportunamente cambiati od eliminati.
Il fluxus narrativo procede alternando sapientemente le immagini girate da Osunsanmi al materiale d'archivio, girato dalla stessa Abbey. Una giusta miscela di reale e finzione cinematografica che con leggerezza ed equilibrio formale e stilistico conduce lo spettatore nella storia e al tassello finale del film: la scelta. La scelta di decidere se credere o meno a quanto si è visto e, attraverso i racconti e le testimonianze, è stato ricostruito. Il ritmo thriller non è ostentato ed il risultato dell’operazione - prodotta da Universal ma distribuita nelle sale italiane da Warner questo venerdì - è brillante ed interessante. Epistemologicamente corretto nell’esposizione dei fatti e nell’addurre idee e teorie esplicative mediante gli artifici del mezzo cinematografico (prova non facile da sostenere), Il Quarto Tipo si distingue per un ricorso al registro musicale non eccessivamente pressante – data l’appartenenza al genere thriller – ed un’abile impiego del rumore ambientale.
Un consiglio? Vedetelo. Non è la solita roba alla The Blair Witch Project, Rec o Cloverfield. Salvando gli ultimi due ovviamente…
Servizio a cura di Francesco Giudici
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